Operazione Gerione (6 p.): Nuove inaspettate indagini

Danilo Zicchi ed i rapporti con Pasquale Camera,  la strana telefonata alla dott.sa Rizzo e la nuova svolta alle indagini.

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La seconda svolta alle indagini, a seguito della perquisizione nell’appartamento di Camera, venne dalla lista di nomi citati negli appunti rinvenuti nel carteggio rinvenuto dai Carabinieri durante la perquisizione, che prontamente venne acquisito.

L’elenco conteneva diversi nominativi di soggetti collusi a vario titolo nel traffico di antichità, una vera e propria rete che si articolava dentro e fuori il territorio nazionale. Questa scoperta rese possibile lo sviluppo delle indagini su due distinti filoni.

Il primo fu rappresentato dalla possibilità di procedere ad altre settanta perquisizioni in tutta Italia, che portarono alla luce centinaia di reperti trafugati e all’incriminazione di diciannove persone, che nel proseguimento delle indagini divennero, a vario titolo, imputati in reati connessi al traffico e alla ricettazione di opere d’arte.

Il secondo filone delle indagini, invece, consentì agli investigatori di scoprire un’incredibile rete di traffico internazionale di opere d’arte.

Reperti trafugati
Reperti trafugati

Una rete internazionale di trafficanti.

Tra i nomi rinvenuti nei documenti dell’appartamento di Pasquale Camera, comparve quello di Danilo Zicchi. Sul finire del settembre dello stesso anno (1995), gli uomini di Conforti, procedono con regolare mandato ad effettuare una perquisizione all’interno del suo appartamento, una scelta che porterà agli investigatori una serie di importanti indizi. Per prima cosa, l’arredamento e la carta da parati presenti nell’appartamento, erano gli stessi che facevano da sfondo in alcune delle foto ritraenti l’Artemide Marciante, rinvenute nell’appartamento di Camera. Tale coincidenza di indizi, fece subito pensare che l’appartamento di Zicchi fosse stato il luogo nel quale la Statua era stata trasportata e fotografata a seguito dello spostamento dalla “macelleria”. Messo al corrente da tale evidenza Zicchi, nel tentativo di non aggravare la propria posizione già precaria, decise di fare alcune dichiarazioni ai Carabinieri. Prima di tutto ammise che il suo appartamento era stato impiegato per anni come una specie di magazzino dove vennero depositate centinaia di antichità trafugate, molte delle quali provenienti dalla Sicilia. I reperti rimanevano a volte per mesi o anche anni, fino a quando, no ne veniva disposta la spedizione all’estero.

Per fare ciò, i reperti venivano spediti dall’ufficio postale situato al piano terra dello stesso immobile, un’operazione estremamente comoda e relativamente sicura dal momento che non erano necessari particolari spostamenti che potevano destare sospetti. Questa informazione, venne successivamente confermata dal responsabile dell'ufficio postale, il quale dichiarò che per anni, lo stesso Zicchi effettuò spedizioni di pacchetti all’estero.

Gli oggetti venivano organizzati in pacchettini dalle dimensioni contenute ed inviati quasi sempre dopo essere stati ridotti in frammenti. Secondo le dichiarazioni di Zicchi, tale operazione aveva l’indubbio vantaggio di consentire delle confezioni più discrete, che non attiravano particolare attenzione tra gli addetti ai controlli.

 

L’incontro con Camera

Tra le dichiarazioni rilasciate, Zicchi confermò anche di avere conosciuto Pasquale Camera quando questi era ancora in servizio nella Guardia di Finanza come capitano. Più precisamente, era stato Camera ad avvicinarlo a seguito di alcune soffiate riguardo Zicchi. L’ufficiale che nella sua attività di istituto avrebbe dovuto perseguirlo penalmente, avvicinò invece il trafficante di opere d’arte con l’intento di proporre una collaborazione, nacque un sodalizio che  portò ad una stretta collaborazione tra i due trafficanti.

La seconda scoperta che venne fatta durante la perquisizione in casa Zicchi fu il rinvenimento di un passaporto di Pasquale Camera. Camera era molto prudente e riuscì a depistare per anni eventuali sospetti circa la sua attività parallela di trafficante. Sviava eventuali indagini in tutti i modi possibili a partire dal fatto che il suo appartamento era intestato a qualcun altro, così come molti dei suoi telefoni. Tutte precauzioni necessarie per mantenersi il più anonimo possibile. Questo consentiva a Camera una certa disinvoltura nello spostarsi all’estero per intraprendere attività finalizzate a trattative commerciali sui pezzi contrabbandati.

Attività del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico
Attività del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico

Nuovi elementi inattesi – La telefonata.

Durante la perquisizione dell’appartamento di Zicchi, gli investigatori posero sotto sequestro una sessantina di oggetti presumibilmente trafugati, Conforti aveva in mente un secondo raid nell’appartamento, ma in secondo tempo, quando lo stesso Zicchi, avrebbe pensato di essere ormai al sicuro e non più al centro dell’attenzione. Prima di mettere in atto tale attività, Conforti ricevette l’inaspettata telefonata di un archeologo.

Daniela Rizzo, archeologa del Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma era tra i periti che collaboravano a stretto contatto con il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale.

La dottoressa Rizzo verificava, volta per volta, se gli oggetti trafugati erano autentici oppure no, e nel caso lo fossero stati, cercava di risalire ai siti archeologici di provenienza.

L’archeologa aveva telefonato per informare i Carabinieri di essere stata contattata da un’anziana donna che aveva bisogno di una perizia di antichità. In particolare, l’anziana avrebbe raccontato che suo figlio era da poco entrato in possesso di un’eredità consistente in una collezione di antichità, ed era perciò ansioso di una perizia con certificazione di autenticità, che gli avrebbe consentito la successiva registrazione dei reperti. In tal modo sarebbe potuto entrarne in possesso legalmente ed a pieno titolo.

La dottoressa Rizzo asserì di essere stata particolarmente colpita dall’eccessiva insistenza dell’anziana signora, la quale, in modo risoluto chiedeva in continuazione una sua visita per periziare tutti i reperti in una sola volta.

Le dichiarazioni rilasciate dalla dottoressa Daniela Rizzo ai Carabinieri, aprirono un’ulteriore inaspettata pista. Dalle deposizioni venne stabilito quindi che il figlio dell’anziana signora, che aveva telefonato con tanta insistenza all’archeologa, era proprio Danilo Zicchi. I reperti che chiedeva di registrare erano circa un’ottantina e lo stesso Zicchi ne era entrato in possesso successivamente alla perquisizione dei Carabinieri che aveva portato al sequestro di una sessantina di reperti. Tutto ciò indusse gli inquirenti a considerare che Zicchi, tranquillizzatosi, avesse ripreso l’attività di traffico illecito di antichità.

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