Trafficanti di antichità. Operazione Gerione (Terza parte)

Le attrezzature utilizzate dai Tombaroli
Le attrezzature utilizzate dai Tombaroli

Iniziano le indagini del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico, gli indizi sono scarni ma grazie ad una intensa attività investigativa, prende forma la pista del traffico internazionale di reperti archeologici. Una fase di stallo poi, una telefonata inaspettata, da nuova spinta alle indagini.

 

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Conforti stesso non aveva una formazione specifica nel campo dell'Arte. Durante le scuole superiori aveva avuto una certa professoressa Prete, la sua insegnante d'arte, che ricordava poiché indossava un cappello diverso per ogni giorno di insegnamento. Questa soleva ricordare che in Italia, ovunque si è circondati dall'arte.

Al comando del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico, il Colonnello Conforti imparò presto che, sebbene i musei italiani fossero ben custoditi, i tesori archeologici rappresentano "il parente povero" dell’arte, dal momento che erano inseriti nei capitolati di spesa più basso, nonché tra le ultime priorità del governo.

Furti spettacolari, come quello di Melfi, erano da interpretarsi da un punto di vista internazionale.

Il numero di targa svizzera dell'auto usata dai ladri per fuggire, ne era un indizio. In ogni caso, la pista internazionale era comunque da tenere sempre presente per tali fattispecie, anche perché non sembrava plausibile ricorrere ad una rapina a mano armata, nel caso in cui si fosse trattato di un banale furto locale, invece, quando il furto riveste carattere internazionale, rappresenta un’operazione importante, ad alto profilo. In tal caso, il “colpo” scaturisce da un’attenta pianificazione dettata da accordi programmati, inoltre, l’acquirente è quasi sempre già disponibile.

Dall’esperienza acquisita in campo, Conforti era consapevole che spesso seguendo le tracce di furti e saccheggi di opere d’arte, si giunge al confine svizzero, e spesso le indagini si fermano qui.

All’epoca, la giurisdizione italiana degli anni '90 raramente andava oltre, le leggi svizzere si dimostravano spesso più utili per i criminali, mentre agli inquirenti potevano soltanto sperare che un giorno sarebbe stato possibile estendere le indagini oltre le frontiere italiane, per portare allo scoperto l'aspetto internazionale del traffico di antichità.

Ma Conforti aveva ben chiaro cosa stava accadendo, quando i vasi a Melfi vennero rubati, e si apprese che i ladri erano fuggiti a bordo di una macchina svizzera, ciò rappresentava un possibile indizio per una pista internazionale. Il Colonnello caldeggiava così l’idea che questo poteva rappresentare il trampolino di lancio per intraprendere delle indagini a livello europeo.

Già in quegli anni, le forze di Polizia italiane avevano un vantaggio rispetto a molte altre, dal momento che il saccheggio delle antichità era - ed è - un problema diffuso, le sezioni specializzate come il Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri, avevano da tempo un certo numero di soggetti sotto sorveglianza i cui telefoni era sotto controllo. Le intercettazioni telefoniche erano fondamentali per raccogliere elementi utili e inquadrare la situazione, a maggior ragione per operazioni di profilo internazionale come il furto avvenuto a Melfi.

Una lunga esperienza aveva insegnato agli investigatori come inquadrare le varie gerarchie. Per esempio, al livello più basso vi erano i semplici "tombaroli" o ladri di tombe, spesso erano braccianti o lavoratori agricoli che non facevano un largo uso del telefono. Appena sopra di loro, vi erano i capi-zona, che spesso gestivano i traffici di una zona che poteva comprendere un’intera regione.

Normalmente, i tombaroli vendono i propri ritrovamenti al capo zona, spesso un uomo con un lavoro da "colletto bianco", in possesso di una certa cultura. Per questa fattispecie, solitamente, i tabulati telefonici non sono particolarmente ricchi di telefonate interessanti.

Nel caso della rapina di Melfi, invece, si assistette ad una vera e propria esplosione di telefonate interessanti da parte dei "bersagli" posti sotto controllo. La cosa interessante fu che la maggior parte delle telefonate convergeva inequivocabilmente nella zona di Casal di Principe.

L'analisi dei tabulati telefonici su Casal di Principe fece emergere che quattro uomini avevano recentemente fatto effettuato moltissime chiamate internazionali. Tra questi vi era un certo Pasquale Camera, un ex ufficiale della Guardia di Finanza, che fece una serie di telefonate particolarmente interessanti, che contribuirono successivamente al suo arresto ed a quello di altri. Camera era molto attento a non chiamare dal telefono di casa, in ogni caso vennero intercettate numerose chiamate interessanti fatte con utenti residenti in Germania, Svizzera, e Sicilia.

Questa intensa attività telefonica non durò molto e già dopo poco tempo, sembrava che l'inchiesta fosse in pieno stallo. In primavera il flusso di telefonate fu altalenante, così anche durante l'estate che seguì.

Poi, quasi per caso, la sede del Comando del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico nella romana piazza Sant'Ignazio, ricevette una chiamata dalla polizia tedesca di Monaco, nella quale, gli inquirenti tedeschi asserivano di aver ricevuto una richiesta da parte della polizia greca per un loro intervento, una perquisizione nella casa di un tale commerciante di antichità che viveva a Monaco di Baviera, un italiano di nome Antonio Savoca, meglio noto come "Nino". Secondo gli investigatori greci, Nino sarebbe stato coinvolto in un traffico illegale di antichità avvenuto in Grecia e sull'isola di Cipro.

Dal momento che Savoca era italiano, i tedeschi pensarono di coinvolgere i Carabinieri nella preparazione del blitz.

Il colonnello Conforti non si fece certo pregare. Scelse due graduati, un tenente e un maresciallo, e prese il primo volo Alitalia per Monaco di Baviera. L'intervento era stato pianificato per il 14 ottobre 1994.

 

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